Il gioiello nell’antico Egitto

Il gioiello e la figura dell’artigiano nell’antico Egitto

Maschera funeraria in oro del faraone Tutankhamon, XIV sec. a.C.

Gli antichi egizi hanno lasciato il segno della loro affascinante cultura in molteplici ambiti, fino ad arrivare al gioiello. Molte delle tecniche di oreficeria utilizzate ancora oggi sono riconducibili al popolo del Nilo. Un popolo che ha sempre considerato il gioiello come un amuleto potente, da indossare in vita come in sepoltura, nel viaggio verso l’aldilà.

I gioielli godevano di grande importanza, e venivano indossati da uomini e donne di ogni estrazione sociale, così come dai bambini. Le ragioni sono riconducibili all’estetica ma soprattutto al valore di protezione: si pensava infatti che i gioielli fossero potenti amuleti capaci di difendere l’uomo da pericoli come calamità, malattie e animali feroci. Proprio per questo, venivano spesso indossati all’altezza degli organi vitali o dei punti più vulnerabili. Ad esempio, la conchiglia cipride, con le sue labbra dentellate, rappresentava per gli antichi egizi un occhio vigile, che serviva come protezione contro il malocchio. Per questo motivo le donne la indossavano spesso all’altezza degli organi genitali per proteggersi dall’infertilità e dagli aborti. Un altro potente simbolo di protezione era l’occhio di “Oudjat”, ovvero l’occhio di Horus, dio del cielo. Sono innumerevoli le rappresentazioni dell’occhio giunte fino a noi, così come quelle dello scarabeo. La loro diffusione fa pensare che fossero due tra i simboli considerati più potenti.

Amuleto in oro, occhio di “Oudjat”, IV sec. a.C.

Anche il capo veniva abbellito e protetto da molteplici ornamenti. I cerchietti, per esempio, realizzati con ghirlande di fiori e posti intorno alla fronte, erano molto diffusi tra i naviganti, e venivano indossati come protezione durante le battaglie sulle barche di papiro. I più preziosi erano realizzati in oro. Tra i più noti, il cerchietto di Seneb-tisi di Lisht o quello della principessa Khunumet di Dahshur, che oltre all’oro presentava magnifiche pietre blu incastonate. I cerchietti che rappresentavano il simbolo dell’avvoltoio erano dei veri e propri diademi reali, realizzati in lamine d’oro e lavorati con la tecnica del traforo. Inoltre, il capo veniva abbellito da parrucche ornamentali nelle quali i capelli erano impreziositi da fili di piccole perline tubolari o a forma di geroglifici. Era usanza anche adornare una ciocca di capelli dei bambini con un piccolo pesce in oro o in turchese, probabilmente come protezione dall’annegamento. Molto diffusi tra i bambini erano anche fermagli preziosi che servivano per tenere in ordine i capelli, come attestano i ritrovamenti della tomba di Ramesse III. Orecchini, bracciali per polsi e braccia, cavigliere rigide e apribili, fastosi pettorali e collane venivano indossati da re, regine e faraoni, ma anche dai gatti, animali considerati sacri, che godevano del più grande rispetto.

Gioielli della mummia di Myt, bambina di cinque anni (forse figlia del faraone Mentuhotep II), XXI sec. a.C

L’oro, che veniva utilizzato ad alto grado di purezza, tra i 17 e i 22 carati, era senza dubbio il materiale considerato più prezioso. E anch’esso aveva un grande valore simbolico: si pensava che fosse così splendente perché le divinità stesse vi proiettavano la luce. Alla potenza dell’oro si uniscono le simbologie legate alle pietre preziose come il granato, i lapislazzuli, il turchese, la corniola, l’acquamarina e lo smeraldo. Tutte le pietre venivano infatti scelte per la simbologia del colore, a cui venivano attribuite particolari caratteristiche magiche. Tra questi, lo smeraldo, particolarmente apprezzato da Cleopatra, godeva di particolare fama per il colore verde intenso che rimandava alla rinascita, alla fertilità e alla giovinezza.

Gli studiosi riferiscono della grande stima che ricevevano i gioiellieri del tempo, come conseguenza dell’immenso valore che aveva il gioiello per gli antichi egizi. Gli artigiani orafi erano uomini colti, che ricevevano un’educazione da scrivano per poi specializzarsi in arti decorative. Essi lavoravano presso le botteghe del faraone e godevano di rispetto e protezione. Il mestiere del gioielliere era considerato prestigioso, ed era riservato a pochi eletti, in quanto legato all’arte e all’oro. Per questo veniva gelosamente tramandato di padre in figlio.

Proprio come oggi, anche al tempo sembra vi fossero varie figure professionali specializzate. Tra le più importanti il “neshdy” o intagliatore di pietre preziose, il “nuby”, ossia l’orefice, e il “baba”, lo specialista in cotti e paste di quarzo colorate. Il “baba” era una figura simile all’“iru weshnet”, impegnato nella creazione di perline. Queste ultime erano prodotte in grande quantità e venivano realizzate in cristallo di rocca, conchiglie, ossa, porcellana e poi successivamente in vetro. Un’altra figura importante era il “sestro”, che produceva collane e collari.

Collana in oro, corniola, vetro, XV sec. a.C.

Oggi conosciamo la ricchissima cultura degli antichi egizi anche grazie agli artigiani orafi vissuti successivamente, che hanno analizzato i monili riportando alla luce le antichissime tecniche, i materiali e gli strumenti che venivano utilizzati al tempo. La storia è maestra: dovremmo infatti imparare da questo popolo, che ha portato massimo rispetto alle figure di coloro che diffondevano la bellezza, ovvero gli artisti e gli artigiani.

Riferimenti:
Aldred, C. (1979). I gioielli dei Faraoni: Le tecniche degli antichi gioiellieri egiziani.
Andrews, C. (1991). Ancient Egyptian jewelry. Harry N. Abrams.