Il gioiello dell’Art Déco

Il gioiello
dell’Art Déco:
l’eleganza e la modernità degli
“anni ruggenti”

Collerette, 1929 Platino, smeraldi, diamanti Collezione Van Cleef & Arpels © Patrick Gries

Un secolo fa, la nostra società stava vivendo un momento di sfrenata euforia. Non stupisce che gli anni Venti del Novecento siano definiti “anni ruggenti”: tale espressione incarna alla perfezione lo spirito di quel tempo. Il primo conflitto mondiale era finito e il desiderio di rivalsa sulle sofferenze causate dalla guerra portava con sé un incontenibile desiderio di rinascita e una forte spinta alla vita e ai suoi piaceri. La gioia sovrastava finalmente la paura e la creatività sembrava brillare più che mai. Tra avanguardie artistiche (come cubismo, surrealismo ed espressionismo), moda, cinema, musica jazz e charleston, nel primo dopoguerra la cultura rifiorì all’insegna di vivacità e follia.

Il sempre più diffuso desiderio di progresso e di modernità, intesa come “sdoganamento dal passato e superamento delle frivolezze”, come scrive Alba Cappellieri nel libro Gioielli, dall’Art Nouveau al 3D Printing, si tradusse in un nuovo movimento che influenzò l’intera produzione artistica dell’epoca, dall’architettura alla moda e all’oreficeria: l’Art Déco. Esso si caratterizzava per lo stile sobrio, elegante, geometrico, alquanto distante dall’opulenza della Belle Époque. Nel 1925 a Parigi si tenne l’Esposizione Internazionale di Arti decorative e industriali moderne: questa data sancì la piena maturità dell’Art Déco, il cui nome rimanda appunto a questo evento. Parteciparono artisti e gioiellieri di fama internazionale come Van Cleef & Arpels, Cartier, Boucheron, Chaumet, René Lalique, Vever, Fouquet.

Bracciale Rose, 1924 Platino, rubini, smeraldi, onice, diamanti gialli e bianchi Collezione Van Cleef & Arpels

L’universo dei gioielli realizzati dai maestri dell’Art Déco si componeva di creazioni sofisticate dai forti contrasti cromatici, in particolare tra i colori rosso, bianco e nero. Il mito della natura e della sua sinuosità era stato sostituito dall’industrializzazione con le forme rigide e artificiali della città e dei grattacieli: l’ispirazione al mondo animale e vegetale che aveva precedentemente caratterizzato l’Art Nouveau permase, ma assunse forme più severe e geometriche. Un esempio è il bracciale Rose di Van Cleef & Arpels, che al grande evento del 1925 vinse il Grand Prix. Il gioiello in platino, decorato da rose in rubini, smeraldi, onice, diamanti gialli e bianchi, testimonia il gusto per la linearità e simmetria dell’Art Déco, seppure il motivo floreale sia solo sottilmente stilizzato. A questo bracciale la Maison si ispirò per la realizzazione dell’omonimo vanity case in platino, oro giallo, giada, smalto, rubini, zaffiri gialli, smeraldi e diamanti.

Vanity case Rose, 1926 Platino, oro giallo, giada, smalto, rubini, zaffiri gialli, smeraldi e diamanti Collezione Van Cleef & Arpels

Un’altra forte ispirazione fu quella dell’immaginario esotico. Nel 1922 la scoperta della tomba di Tutankhamon diede il via in Europa ad una sempre crescente passione per l’arte egizia, che venne riprodotta dall’oreficeria tramite l’utilizzo di simboli quali scarabei, divinità e sfingi, e la realizzazione di bracciali alti e rigidi di grandi dimensioni e collier ispirati ai pettorali egizi. Ma non finisce qui: anche l’arte africana fu di grande interesse e influenzò i volumi e le forme del gioiello dell’Art Déco. E gli artisti dell’epoca subirono anche il fascino di Giappone, Cina e India.

Locandina di Turandot, 1926 Teatro alla Scala di Milano

Le coloratissime pietre preziose esprimevano il forte amore per il lusso di quegli anni. Ma in questo periodo ebbe grande diffusione anche la bigiotteria. La preziosità del gioiello non era infatti necessariamente determinata dal pregio dei materiali con cui era realizzato. Al contrario, era l’idea, la creatività dell’artista a conferire valore al monile. Anche lo stile personale giocava un ruolo fondamentale: il gioiello assumeva un valore differente in base al portamento del suo proprietario. Si affermarono in questo periodo i gioielli fantasia, tanto apprezzati dall’élite dell’epoca e amati da due grandi donne rivoluzionarie, Elsa Schiaparelli e Coco Chanel, che attraverso bijoux estrosi e originali conferivano una forte personalità ai loro abiti.

Coco Chanel

Tra le tipologie di gioielli più in voga all’epoca troviamo il bracelet lanière, un bracciale semirigido a nastro, solitamente indossato insieme ad un gran numero di altri bracciali dello stesso tipo; gli orecchini pendenti fino alle spalle che adornavano le donne con meravigliose cascate di luce; le collerettes e i sautoirs. Questi ultimi erano collane con pendente (spesso un ciondolo a forma di nappa o una perla), tanto lunghe da superare la vita, che si diffusero assieme al charleston. I sautoirs erano perfetti per valorizzare le scollature sulla schiena, tanto amate negli abiti degli anni Venti, e potevano essere avvolti su sé stessi ed essere indossati anche come bracciali, o come cinture o per adornare la chioma.

Collerette, 1928 Platino, diamanti Collezione Van Cleef & Arpels © Patrick Gries

Il progresso della moda e della gioielleria degli anni Venti esprimeva i profondi mutamenti culturali di quel tempo, in una società sempre più dinamica e moderna. E rappresentava una nuova femminilità: si rivolgeva ad una donna forte, capace di lottare e far ascoltare la propria voce, sempre più vicina alla libertà e all’indipendenza. E forse è proprio per questo che lo stile Art Déco è ancora tanto amato e ricompare spesso nelle creazioni contemporanee. Perché ha aperto le porte al futuro. Ad una nuova era. Da vivere adesso.

Riferimenti:

Cappellieri, A. (2018). Gioielli. Dall’art nouveau al 3D printing. Skira.

Casu, F. (2018). Il gioiello nella storia, nella moda, nell’arte. Europa Edizioni.